Quale Europa

Di Alessandro Ranellucci

È la retorica dell’allargamento, è la burocrazia delle banche, è il consenso delle socialdemocrazie. Ma, soprattutto, l’Europa a cui assistiamo è la storia di un progetto, quello di Altiero Spinelli, oggi assorbito dalle stesse realtà che voleva combattere e annientato da esse. L’Europa federalista disegnata nel Manifesto di Ventotene era l’opposto di questa unione delle patrie: era l’Europa che mentre gli Stati sovrani facevano di Monaco, di Vichy, di Roma gli sfoghi di nazionalismi secolari si trovava in galera e veniva assassinata. Era quell’Europa che si trovava con Einstein, con Salvemini, con Fermi, quella che non credeva ai confini territoriali e al principio secondo cui ogni Stato è libero di darsi il governo dispotico che meglio crede. Quell’Europa era fuori dell’Europa. Gli slanci europeisti di oggi sono i tentacoli delle burocrazie che si autoalimentano e si autodivorano senza il coraggio di promuovere con la propria forza quella libertà e quella democrazia di cui tanta parte del mondo ha bisogno; gli accordi commerciali con il Vietnam, con la Russia, con la Cina proliferano indisturbati nei corridoi di Bruxelles senza interferire con le sistematiche violazioni che dei diritti umani vengono fatte in questi Paesi. E scrivevano Spinelli e Rossi, nel loro Manifesto, di un’Europa "liberata dagli incubi del militarismo e del burocraticismo nazionali dove possono trovare la loro liberazione tanto i lavoratori dei paesi capitalistici oppressi dal dominio dei ceti padronali, quanto i lavoratori dei paesi comunisti oppressi dalla tirannide burocratica." Di questi soli princìpi cosa ritroviamo oggi nella retorica e nelle promesse elettorali? Quali valori chiedono e costruiscono oggi le manifestazioni di piazza? Con la scusa del realismo si aspira piuttosto ad accontentarsi di compromessi orientati al ribasso, come il recente ridicolo esito della Convenzione ha dimostrato nella bozza che ha prodotto. Se le tradizioni da preservare sono quelle dell’Europa continentale anni Trenta allora comprendiamo chiaramente perché in una carta costituzionale si cerchino dei valori nelle radici religiose, cristiane, e non piuttosto in quella storia che solo con i nomi di Franklin, Diderot e Montesquieu sarebbe capace di disegnare un’altra Europa. Quanti anni può ancora funzionare un’Unione priva di un valido sistema di pesi e contrappesi, senza un parlamento forte e un governo che indichi una linea politica netta? Come possiamo guardare al Mediterraneo, al mondo arabo, alla Cina senza ripudiare le mistificazioni e le controriforme a cui tuttora diamo il nostro silente ma convinto sostegno? E cos’è questa, se non quella stessa Europa dello status quo e della paura di cambiare?


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