6 GIUGNO 2004

Di Andrea Carapellucci

Esporre la bandiera americana alle finestre, di questi tempi, è uno dei gesti più controcorrente che si possano immaginare. Uno strappo imperdonabile al conformismo dei pacifisti, e del loro monopolio delle coscienze.
Oggi farò quel gesto: esporrò la bandiera degli Stati Uniti accanto a quella britannica. E’ la giornata migliore per farlo.

Sessant’anni fa, il sei giugno del 1944, con il D-Day e lo sbarco sulle coste della Normandia, aveva inizio la liberazione dell’Europa dal nazifascismo, e la riscossa delle democrazie occidentali contro la tirannia.

Alle prime luci dell’alba, in diverse ondate, da quasi cinquemila imbarcazioni, centosettantamila uomini – soprattutto  americani, britannici, canadesi – sbarcarono sulle coste della Normandia e a costo di perdite elevatissime vi stabilirono una testa di ponte. Nel giro di poche settimane, un milione di uomini aveva attraversato la Manica e raggiunto il continente. L’avanzata verso il cuore della Germania aveva inizo. Il 4 giugno le truppe del generale Alexander avevano liberato Roma.

Noi italiani, con la nostra profonda e giustificata avversione per la guerra, abbiamo l’abitudine a considerare le grandi battaglie, le grandi operazioni belliche, innanzitutto come delle grandi carneficine. Al di là del contesto, ciò che conta sono innanzitutto gli uomini che persero la vita in quei frangenti. Lo sbarco in Normandia, con le sue migliaia di vittime nel giro di pochissime ore, rientra perfettamente in questa categoria di “grandi carneficine”. E qualcuno sottolinea come mentre i cimiteri angloamericani della Normandia – quelle distese interminabili di croci bianche, tutte uguali – sono sempre affollati di turisti, ben pochi sentano il desiderio di visitare quelli dei tanti tedeschi che morirono in quelle stesse ore. Un ragionamento che potrebbe sembrare condivisibile. Dico potrebbe, perché non lo è.

Una seconda abitudine di noi italiani infatti è di parlare della Liberazione (quella del nostro paese) come di una vittoria ottenuta innanzitutto dalle forze partigiane. Mancando di sottolineare come questo paese venne liberato, a partire dallo sbarco in Sicilia del ’43, passando per la liberazione di Roma, fino al 25 aprile del ’45, dall’ottava armata britannica e dalla  quinta armata americana.
Non è un dettaglio. E’ una questione di onestà.

Chi detesta l’America e quello che rappresenta – molti, troppi, in Italia – fa evidentemente fatica ad ammettere come si debba innanzitutto a quel paese la sconfitta del nazifascismo. Così il ruolo dei partigiani italiani e dell’Armata Rossa di Stalin viene quesi sempre esagerato o fuorviato.

Nel primo caso, dimenticando che la lotta partigiana non avrebbe mai nemmeno avuto inizio senza la caduta di Mussolini e l’otto settembre, dopo lo sbarco alleato in Sicilia. Nel secondo, dimenticando che l’Armata Rossa, travolta la Wermacht, occupò l’Europa dell’Est e metà della Germania per cinquant’anni, imponendo governi dittatoriali e sostituendo le angherie della Gestapo a quelle delle polizie segrete dei governi comunisti.

Ci sono due paesi a cui noi europei dobbiamo essere grati per la libertà che abiamo riconquistato e mantenuto: gli Stati uniti e la Gran Bretagna. Chi lo dimentica o fa finta di non saperlo, nella quasi totalità dei casi lo fa in malafede.
Noi Radicali abbiamo dimostrato in tante occasioni di non averlo dimenticato.

Dimostriamolo anche in questa. Anche oggi, sei giugno 2004.
Facciamo sventolare quelle bandiere, come simboli di libertà e democrazia, dalle nostre finestre. Come nei giorni della Liberazione, sessant’anni dopo.


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