Il lobbying all’italiana

Solitamente il dibattito interno al partito radicale circa la scarsa copertura giornalistica televisiva o della carta stampata riservata alle tematiche e alle proposte o iniziative dei radicali tende a polarizzarsi intorno a due contrapposte opinioni: quella secondo cui il fenomeno è spiegabile con il concetto alquanto complesso – per le implicazioni che sottende – di Caso Italia, e quindi sostanzialmente con una sistematica manipolazione da cui sarebbe attraversato l’apparato informativo in Italia e che ha cause economiche, ma anche culturali e politiche; e quella secondo cui il Caso Italia è diventato una specie di concetto passepartout che se applicato a tutto rischia di perdere la sua capacità esplicativa e soprattutto rischia di ingenerare un atteggiamento poco propenso ad autocritiche.

"Il sistema fragile" di Paolo Mancini – ordinario di Sociologia delle comunicazioni presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Perugia – è un riuscito tentativo di tracciare un chiaro profilo del giornalismo italiano in chiave storica.

Il titolo del testo è emblematicamente eloquente: il sistema fragile è il sistema italiano delle comunicazioni di massa. Nella introduzione l’autore avverte che l’analisi verte soprattutto sulla televisione e sul giornalismo stampato, escludendo, oltre alla produzione legata alla diffusione delle nuove tecnologie per la comunicazione e l’informazione, l’industria libraria e cinematografica.

Prendendo le mosse dalla tesi del filosofo tedesco Jurgen Habermas, secondo cui le origini del giornalismo europeo sono strettamente collegate alle origini della società industriale e all’ascesa sociale e politica della borghesia, Paolo Mancini passa in rassegna le cause che hanno impedito al giornalismo italiano di svilupparsi in direzione del modello c.d. anglosassone. In parte sono cause politiche; in parte cause economiche.

Sebbene le origini letterarie e politiche accomunino il giornalismo italiano a quello di altri paesi europei, come Francia e Germania, ciò nondimeno, per una serie di contingenze storiche, il primato politico e letterario ha consegnato l’informazione italiana ad una condizione di sostanziale subordinazione alla politica. Brevemente si potrebbe dire che l’asperità delle lotte sociali e politiche, dal Risorgimento alla Liberazione, passando attraverso l’esperienza fascista, ha intensamente coinvolto l’attività dei giornali, facendone uno strumento privilegiato di lotta e di mobilitazione politiche.

L’esperienza del fascismo poi è particolarmente esemplificativa della compenetrazione tra sistema politico e sistema informativo. Alle motivazioni politiche si aggiungono quelle d’ordine economico. E riguardo all’aspetto economico della questione, la riflessione ruota attorno a due concetti chiave: quello di editoria impura e quello di lobbying all’italiana; quest’ultimo preso in prestito da un saggio di Ortoleva contenuto nella Storia del capitalismo italiano a cura di Fabrizio Barca.

La cronica incapacità dell’editoria italiana di reggersi economicamente sulla base dei profitti della vendita dei propri prodotti editoriali e degli spazi pubblicitari – incapacità di cui le cause sono molte e difficilmente riassumibili, ma che brevemente possono essere indicate nelle caratteristiche proprie del capitalismo italiano, da un lato, e in un paese assai poco istruito e culturalmente diviso, dall’altro – ha largamente favorito la trasformazione dell’editoria in un’impresa appendice: “il giornalismo è sempre stato considerato un prodotto in perdita che però poteva assicurare, a chi operava in mercati diversi da quelli della comunicazione di massa, gli strumenti per assicurarsi, o almeno cercare di assicurarsi, il necessario consenso presso l’opinione pubblica e i necessari strumenti di pressione sui decisori pubblici”.

Sulla storia d’Italia pesa anche un vuoto legislativo, l’assenza cioè di una regolamentazione dell’attività di lobbying, che ha ovviamente favorito il consolidarsi di pratiche di pressione politica subdole, tra cui la manipolazione giornalistica. Impresa appendice o giornali di partito, e un contesto culturale e politico in cui la filosofia dello Stato sociale applicata al sistema informativo e in particolare al sistema radiotelevisivo si è tradotta in forme diversificate di intervento pubblico.

La storia della televisione italiana è emblematica del rapporto patologico tra sistema delle comunicazioni di massa e politiche di intervento pubblico. Proprio per questo alla storia della televisione italiana l’autore dedica ampio spazio, individuandone periodi significativi e modelli comunicativi, analizzando il concetto di servizio pubblico e le modifiche che subisce nel corso degli anni fino a sopravvivere nella versione polisemica e indefinita di pluralismo.
Recenti ricerche e analisi dei contenuti dell’informazione del giornalismo stampato o del giornalismo televisivo registrano un elevato grado di partigianeria politica. E quindi il passato è ancora presente, per dir così.

Indubbiamente, le tematiche radicali dividono il mondo politico di destra e di sinistra, e la naturale idiosincrasia che ne deriva si riflette sull’informazione.

Tuttavia sarebbe eccessivo ricondurre tutta la distorsione giornalistica a distorsione volontaria o manipolazione. Gli studi di newsmaking mostrano che c’è un tipo di distorsione che appartiene al giornalismo in quanto tale e che ha a che fare con il sistema dei valori selettivi adottati dalla comunità dei giornalisti in modo pressappoco universale. Inoltre la commercializzazione degli anni Ottanta ha interessato in qualche modo e in qualche misura anche l’editoria italiana, aprendo spazi di negoziazione in cui è possibile, sulla base di uno studio attento delle modalità espressive della macchina giornalistica, il confronto e il dialogo.
( librix )

<b>Paolo Mancini, Il sistema fragile, Carocci editore, Roma, 2001 pagg. 137</b> 


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