L’intelligenza è un rischio…

Filippo La Porta sul Foglio del 21/05/2004

Ma se nessuno vi chiede di essere intelligenti, lo sarete egualmente

Leggendo il bellissimo “Elizabeth Costello” di J. M. Coetzee, mi veniva da pensare, un po’ malinconicamente, ai nostri romanzieri. Nel mondo globalizzato è inevitabile fare continui confronti tra i nostri prodotti e quelli stranieri; e, nelle cose letterarie, tendiamo tutti a diventare comparatisti. Non amo l’esterofilia, quasi sempre snobistica e assai lamentosa. Eppure, inoltrandomi con passione crescente nella lettura dello scrittore sudafricano, era impossibile sfuggire a un interrogativo elementare, e magari del tutto abusivo: perché noi non abbiamo il nostro Coetzee? Non intendo sottovalutare la recente stagione letteraria italiana, che pure ci ha dato libri di qualche valore, narrazioni a volte intense, capaci di perforare la patina elegante della “bella prosa”, Ma è come se ciò avvenisse per caso e distrattamente, al di fuori di ogni aspettativa, quasi a insaputa degli autori stessi e dei lettori (e infatti perlopiù la critica nemmeno se ne accorge).

Torniamo a Coetzee. Che cos’ha in più? Qual è il misterioso valore aggiunto che sembra incarnarsi nella sua opera? Si potrebbero formulare varie ipotesi, potremmo parlare di una tradizione romanzesca (di lingua inglese) incomparabilmente più ricca della nostra, di maggiore sapienza compositiva e di più attento artigianato della scrittura, e così via. Sfuggendo però alla questione centrale, che proverò a enunciare nella sua ruvida e, temo, offensiva verità.
Coetzee è, semplicemente, più “intelligente” della grande maggioranza dei nostri scrittori. Come mai? L’intelligenza non consiste in un sapere particolare o specialistico ma in una capacità di comprensione, e anzi nella capacità di capire una situazione particolare, un oggetto reale con cui si ha a che fare, un comportamento concreto dentro un contesto dato. Credo allora che i nostri scrittori non siano “intelligenti” perché nessuno glielo chiede più. Né i lettori (sempre più di bocca buona, ansiosi soprattutto di sentirsi “up to date”), né gli editori (ossessionati dalla ricerca dell’esordiente di successo), né i critici (ormai in estinzione, appiattiti sugli uffici stampa e costretti a fare solo interviste), né gli altri scrittori (indifferenti), né evidentemente la società letteraria (dissolta nel nulla, trasformata in un rumoroso salotto di massa). La funzione sviluppa l’organo, che altrimenti tende ad atrofizzarsi. Allo scrittore oggi si chiedono molte altre cose: di schierarsi politicamente, di essere seduttivo e spettacolare, di saper intrattenere, di avere appeal televisivo. Perché sforzarsi di capire? Onestamente: chi ce lo fa fare? Perché uno scrittore dovrebbe “rischiare” di essere intelligente, di capire la realtà, e conseguentemente di dire verità sgradevoli o poco utilizzabili o indigeste a chi proprio non vuole saperne?

L’ultimo periodo in cui è successa una cosa del genere risale probabilmente alla fine degli anni Settanta (l’epoca che prepara la seconda modernizzazione dell’Italia), ai libri roventi e quasi terminali dei nostri grandi scrittori novecenteschi, che si rivolgevano a lettori come loro angosciati, e anzi “obbligati” a capire per non smarrirsi nella mutazione in atto. E forse ai tempi antichi dell’ “egemonia” l’intellettuale organico – del Pci o di area cattolica – si sforzava ancora di capire e di capirsi, di rendersi conto delle trasformazioni sociali, perché ciò ancora ‘serviva’ a una politica che, tra massicce appartenenze collettive e partiti-chiesa che sembravano eterni, aveva comunque bisogno di “idee” (sostituite successivamente da altro: slogan efficaci, frasi ad effetto e con alto quoziente comunicativo…).
In ogni caso il problema non riguarda solo i letterati. In generale è l’intera cultura, in Italia, che sembra non avere interesse a essere intelligente, a capire come stanno davvero le cose. Ma cosa si intende oggi per cultura? Sarebbe insensato negare gli aspetti di effettiva democratizzazione, di moltiplicazione di occasioni e chance individuali, etc., legati alla crescita dell’offerta di consumi culturali. Eppure la cultura – occorre ripeterlo – non consiste tanto nell’aver letto molti libri, nel saper fare le citazioni giuste, nell’esibire gli aggiornamenti del caso, nel frequentare i festival letterari, nel collezionare le “biblioteche” di classici offerte dai quotidiani, quanto, come una volta scrisse Parise, nel “lavorare a capire” (una fatica spesso ingrata, senza esito garantito e, sottolineiamo, rigorosamente individuale). Ne abbiamo ancora voglia?

Nei libri di Coetzee ritroviamo sempre lo stesso rovello conoscitivo, la voglia di sapere bene cosa si è, l’inquieto desiderio di venire a capo dei conflitti della propria società (rappresentandoli e raccontandoli), il confronto con i dilemmi morali della vita quotidiana. Perché lo fa? Per un nobile stimolo della coscienza? Per una superiore etica calvinista? Nient’affatto. Perché lui (e il suo pubblico) sa che se non si cimentasse in un’impresa del genere vivrebbe peggio; la cultura intorno a lui si ridurrebbe a un esercizio retorico e ornamentale, il mondo diventerebbe più opaco e meno accogliente. Mentre noi italiani del Ventunesimo secolo ci siamo convinti – e si tratta di una tentazione ricorrente nella tradizione nazionale- che ai fini della nostra inesauribile capacità  di adattamento “capire” non serve. Arduo stabilire chi in assoluto abbia ragione, al di là delle conseguenze di tali disposizioni sulle rispettive culture. Ma forse proprio qui sta il vero “scontro di civiltà”.


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