L’intelligenza è inutile, anzi dannosa

Di Marianna Mascioletti

“Ma se io avessi previsto tutto questo…”
Cominciava così una canzone di Guccini, intitolata non a caso “L’avvelenata”. Ragazzi, ragazze, vecchi e signori di mezz’età che frequentate questo sito, eccomi qui, sono Marianna Mascioletti, vent’anni, radicale, e il mio stato d’animo è esattamente quello: avvelenata.
Ho recuperato il Foglio di ieri, ho letto lo splendido articolo di Filippo La Porta che ho postato nel sito col titolo “L’intelligenza è un rischio…”, l’ho condiviso dalla prima all’ultima parola, e sono qui, davanti ad un computer, a chiedermi perché.
A farmi tutta una serie di domande, a cercare di analizzare razionalmente la situazione della “classe intellettuale”, se così si può dire, italiana, a “ricordare con rabbia” (ma quanto sono brava oggi con le citazioni io) le mie non felici, e non perché non prendessi buoni voti (tanto per mettere i puntini sulle i), esperienze di scuola.
L’intelligenza è bandita dalla cultura, dunque, signor La Porta: e come potrebbe essere altrimenti?, aggiungo io.

L’intero sistema scolastico ed universitario italiano serve soltanto ad uno scopo: renderci incapaci di pensare con la nostra testa, abili soltanto a leggere e ripetere, leggere e ripetere, come macchinette, e non importa capire quello che si legge e si ripete…o, più precisamente, se lo si capisce è meglio, purché poi si sia disposti a dimenticare nel più breve tempo possibile di aver capito.
Contestualizzare ciò che si studia, dargli un senso nella propria vita quotidiana, riflettere sulla pagina che si è appena letta? Ma per carità, ma perché, ma come ti vengono queste idee in testa? Che poi magari ti metti pure a discutere col professore, esci dallo schema del gioco per cui “a domanda rispondo”, e c’è pure il fondato rischio che ti venga qualche opinione! Opinioni indipendenti, signori, ci rendiamo conto? Pensieri, riflessioni, domande devono essere banditi, si deve recitare, sempre recitare, si deve portare sempre una maschera, il cervello va usato il meno possibile, ci si deve dissociare da ciò che si è, in una sorta di straniamento brechtiano (ma che stupenda erudizione che ci ho io), per entrare nel personaggio della macchinetta per le risposte.

Signori ministri della Pubblica Istruzione, che riformate il vostro settore ad ogni legislatura, questo è un appello: nella prossima riforma della scuola, vi prego, tenete presente che quei cosi con due braccia, due gambe, due occhi e due mani che ogni mattina si siedono in scomodissimi banchi sono proprio esseri umani. Ricordatevi, per favore, che prerogativa dell’essere umano è avere un cervello, che il cervello serve a pensare, che pensare col proprio cervello è il primo passo verso l’indipendenza e che senza indipendenza non esiste vera intelligenza, nel senso più proprio dell’etimologia di “intelligere”: capire, comprendere fino in fondo, cogliere con la mente.
Signori intellettuali, che ad ogni occasione ricominciate il vostro pianto greco su quanto-sono-ignoranti-disinteressati-indifferenti-i-giovani-d’oggi-per-forza-che-poi-buttano-i-sassi-dai-cavalcavia, cercate, se le vostre intelligenze non sono ancora del tutto atrofizzate (ma ne dubito), di realizzare, per quanto possa essere scomodo, che la responsabilità di questo non è della presunta egemonia della cultura amerikana, del consumismo, del “tutto e subito”.
La responsabilità è di un sistema scolastico e universitario che voi avete voluto, che voi avete creato, un sistema che sforna cervelli incapaci di funzionare; un sistema in cui i pochi che non vogliono arrendersi al lecchinaggio imperante hanno davanti solo l’alternativa dell’abbandono, per andare all’estero (pochi fortunati casi) o, tristemente ma molto più frequentemente, per cercarsi un posto di operatore ecologico nel proprio comune di appartenenza.

Perché poi, se non consegui il fottutissimo pezzo di carta con cui il nostro beneamato sistema certifica che hai disimparato definitivamente a pensare e hai imparato molto bene a leccare, non puoi nemmeno sperare di trovare un lavoro all’altezza delle tue capacità, qualsiasi esse siano. Ti vedi passare avanti, in ogni situazione, gente che sbaglia i congiuntivi, che non ha mai visto in pratica quello di cui si dovrebbe occupare, “giornalisti” che non hanno mai visto un Corriere, se non quello dello sport, “linguisti” che parlano l’inglese con l’accento di Torpignattara (e però sanno tutta la grammatica a memoria, eh), “informatici” che non conoscono i computer, “avvocati” che non hanno mai visto un tribunale nemmeno in fotografia, “analisti politici” che, se chiedi loro chi sono i Radicali, ti rispondono (e purtroppo non è che ironizzino, lo pensano sul serio): “Ma quali, i radicali liberi, quelli delle rughe?”.

Ecco la situazione, un altro pezzetto di quello che, ormai forse anacronisticamente, mi ostino a chiamare “Caso Italia”. Il pezzetto, forse, più importante, perché è alla base di tutto il resto.

Concludo chiarendo che le querele che potrebbero arrivarmi me le aspetto già, ma certo non sono pentita di aver scritto.
Dato che usare il sito come un diario ha dato finora ottimi risultati, proviamo anche con questo sfogo. Chissà che (mi abbandono al narcisismo più sfrenato)Ferrara non mi noti e non mi offra un posticino al Foglio, anche se non sono laureata. Anzi, magari proprio per quello.
;-))))


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