Silenzi e parole negli ultimi giorni di vita

"Ma di contro al credente vi è chi non crede. In questo caso è diversa anche l’esperienza del dolore. Nella società contemporanea, che è in larga parte ormai secolarizzata, l’esperienza del dolore si inscrive nell’orizzonte della tecnica: è da essa che gli uomini contemporanei attendono aiuto, da essa – se si può dire – attendono salvezza."

Con questa splendida citazione di Salvatore Natoli, dedicata alla tecnica, nel saggio forse più intenso e profondo di questo volume, insieme a quelli di Goisis e Viafora, ci si può introdurre a Silenzi e parole negli ultimi giorni di vita edito da pochi mesi dalla Franco Angeli editore e curato da Marco Bonetti, Marina Rossi e Corrado Viafora come apripista della nuova Collana Scienze Umane e Sanità promossa dall’Università di Padova nel contesto Delle Scienze della Formazione. Un volume che a nostro avviso non colma ma divarica ulteriormente l’abisso esistente tra la prassi e la teoria speculativa intorno al tema del morire,ospedaliero e "territorializzato". L’organizzazione delle cure palliative, l’importanza del progetto formativo della Regione Veneto per tali cure, la riflessione attorno alla terminalità ci fanno pensare al vallo che separa la dimensione del quotidiano con una teorizzazione e una progettualità così alta (e così degna di discussione ) Il tema del dolore, al centro di molti dei saggi del libro, è uno dei centri del dibattere. Scrivono ad esempio, nel primo contributo della parte terza, alcuni oncologi: "L’uso della morfina (…) era gravato da una serie pesantissima di pregiudizi che ne hanno vergognosamente limitato per decenni l’impiego nel nostro paese." Pregiudizi. Limitazioni vergognose. Ma basta riflettere attorno al contributo di Renzo Pegoraro per trovarne gli sfondi, anche se parzialmente autocritici.

Ci "salva" Natoli, con poche frasi, anche attorno all’eccesso di Cattolicesimo che travaglia invariabilmente questi libri sul morire, compreso questo. "Esistere" scrive anche Pinkus "nella societa’ tecnologica equivale all’essere efficienti, produttivi, (…) avere risorse per consumare." Ecco il punto. Il rapporto tra tecnica, esistenza e terminalita’. Senza queste ossessionanti ricerche senza fine sul senso. A Viafora veniva in mente una splendida citazione del Montaigne degli Essais, con la quale chiude il saggio. A me il Cronenberg di Crash, ode all’eros che solo può allontanare e sconfiggere, almeno per un po’, la morte che ci nientifica, o lo splendido volume Post-human di Roberto Marchesini (per Bollati Boringhieri ) sulla contaminatio tra uomo e tecnologia come destino ed essenza del nostro vivere e del nostro morire, e che va a muoversi, a mio avviso, tra Severino ed Engelhardt.

"La morte in ospedale” scrive Corrado Viafora "finisce per essere una morte "burocratizzata", dove il morire si dissolve in un contesto socio-organizzativo nel quale il funzionale si sostituisce all’umano." E ogni giorno negli ospedali mi chiedo cosa sia questo "umano". In che cosa sia specificatamente definibile, rispetto a "ciò che funziona". E se è vero che "ciò che funziona" disti cosi’ tanto da ciò che viene detto "umano". Preferisco cosi’ andare alle pagine di Martin Heidegger, ad Essere e tempo, ove la morte supera ogni idea di "fine" e di, ancor peggio, "passaggio"per divenire espressione costitutiva e insuperabile della condizione umana, fondamento. Scriveva Umberto Galimberti in Idee: il catalogo é questo (Feltrinelli, Milano 2001, pp. 105 -110 ): "Perché la morte fatica cosi’ tanto ad entrare nel circuito dell’amicizia, dell’amore e acquistare cosi’ un volto sereno? Perché bisogna morire solo per cause organiche sotto l’unica giurisdizione della scienza medica?" GIANNI BUGANZA gianni.buganza@libero.it


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