Libertà di ricerca: ECCE HOMO

Di  Cristiano Turriziani

Così il prof. Paolo Bonetti in una conferenza tenutasi presso l’ Università di Cassino mercoledì 2 febbraio 2004, ad un giorno di scadenza dall’ approvazione della legge 1514, attualmente divenuta la 70, iniziava una sua lunga disquisizione sulla “moralità della cura e la modalità di ricerca “
Dimmi che filosofo professi e ti dirò chi sei: asserzione ascrivibile ad una categoria, a mio avviso, estranea al giorno d’ oggi: quella del libero pensatore.
Estranea in quanto il pensiero attende un la risposta di un quid generico e non pre-tende di risolvero totalmente ma ne attua, semmai, una esegesi che è il fondamento democratico e civile per la risoluzione o quanto meno il raffronto dell’  “ ensamble “ dei problemi.
Il libero pensatore ha in cuor suo, la ricchezza dell’ opinabile che deriva da una continua sperimentazione logico e biologica, a carattere esponenziale, di ogni tipo d’ esperienza o di fatto contingente ad essa; egli vive e valuta; valuta e se vi riesce, da un metodo sul come fare o agire in una determinabile e non determinata situazione.
Ma il libero pensatore gode al giorno d’ oggi di una grave mancanza, che non è tanto, badate, il fatto di essere “libero “ o “pensatore “ o ambo le parti ma, semmai, il dovere dogmatico, quello che lo riporta inevitabilmente a due grandi totem:
l’ uno di natura socio –economica, l’ altro dogmatica.
L’ etico credo che diviene imperativo categorico da applicarsi alla regola, alla metode, sancita dal trovare un modo giusto per venirne fuori dal filo d’ Arianna piuttosto che aggrovigliatisi cercare la scorciatoia del “contro naturam vivere “ sic et simpliciter.
E oggi da più parti avviene questo; non solo in ambito ecclesiastico, politico televisivo ma, mutadis mutandis, soprattutto in ambito scientifico e farmacologico ove le lobbies della cura preferiscono l’utilizzo durevole e duraturo del paleativo alla risoluzione del problema.
Per dirla in breve utilizzando un esempio tout court è meglio la terapia del dolore, la cura oncologica che una risoluzione del problema – malattia tumore.
Si, perché immaginate, senza voler trascendere in lezione di economia del lavoro, quanti posti si andrebbero a cancellare se si trovasse l’ antitodo di cura rispetto ad un flagello che, da che mondo è mondo, affligge imperterrito e imperituro l’Umanità tutta.
E poi, la paura per alcuni dell’ incremento demografico nonché della biblica vita eterna nell’ al di qua, potrebbe solo far scaturire, come si è soliti fare nella superstizione, una sorta di  paura della vita stessa che, diverrebbe ben presto, accettazione tragica di un qualcosa che mitologicamente era magnifico ma paradossalmente diviene ora insostenibile.
Vi è poi una larga fetta d’ insano e genuino egoismo, scaturita dagli strati più bassi del popolo minuto che cogitando s’ esprime con un rilevante “ e che è roba mia ? e che è toccato a me ? (solo inconsciamente perché si ha paura a dirlo nella totalità previo peccar di genuino umanesimo o di onto-logica punizione ), o nella peggiore delle ipotesi “ è far suo; meglio lui che io “.
Ma il morbo è come la morte; prima o poi tocca tutti.
A differenza della seconda non si presenta come una dama vestita di nero, bensì ha la forma di una croce e il Gòlgota è il luogo dove ogni giorno, milioni di “spettabili spettatori –protagonisti “ agiscono incontrastati nelle logiche del loro terrorismo mietendo, anche solo con l’ uso dei semplici vocaboli, che quel Dio misericordioso con un po’ meno di misericordia gli ha messo in bocca, vittime o decretando la fine non del singolo, in se e per se, ma delle sue speranze che, secondo un’ assioma ancestrale, letterario, poetico e filosofico dovrebbero essere tutelate previa costrizione non solo imputabile al corpo ma anche alla mente.
E la speranza, la nostra speranza, permettetelo, non è quella del loro convertire ( da :vertere cum; il senso è nel significante prima ancora che nel significato ), singoli, cittadini, popoli o masse ad una idea che sia per tutti UNA ed INEQUIVOCABILE, ma semmai, tentare, provare, altre strade per alleviare lo strazio e l’ agonia di chi, mentre beati si discute, sente la pesantezza dei suoi giorni come Cristo sentiva il peso dei chiodi conficcati nelle mani e nei piedi e gli organi che lenti scendevano sino a soffocarlo !!
La nostra proposta radicale è l’acqua che il soldato Romano avvicina con la spugna alla bocca dell’ uomo Gesù per un senso di pietàs e di umanita sviscerata nel più alto grado di ciò che realmente, al di la di tutti i fanatismi, dovremmo essere.
Noi non vogliamo donare lune o giorni felici; noi non pretendiamo di avere la sfera o la possibilità di leggere futuri rosei in mezzo a tanto inconfondibile e esasperante nero.
La nostra proposta è una delle tante possibilità; ulteriore perché pretende d’ andare oltre la mera assegnazione di ruoli ad organismi che, a differenza di ora, non hanno mai goduto di personalità giuridica.
Le cellule staminali embrionali difficilmente è possibile incontrarle al Corso della Repubblica
nell’ ora di punta; così come i feti che pur avendo una forma ancora non ben definita di ciò che sarà il nascituro non hanno un ruolo da giocare nella grande partita della vita.
E se è vero che Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza penso che sia altresì vero che un malato assomigli assai più a quel figlio di Dio che tanto sta facendo parlare nelle sale cinematografiche, non tanto per il suo ruolo di “sovversivo e ribelle “ quanto per il suo martirio che è il nostro martirio, la nostra cinica e sadica condizione di vedere il perpetrare la sofferenza senza volere metterne un freno; considerandola sempre roba dell’ altro mentre, con il suo manto gigantesco, come le nuvole sul Golgota c’ avvolge, e ci annienta proma ancora che noi stessi, tentiamo di fare qualcosa per l’altro.
L’ embrione è un essere umano il malato no ?
Questa è la sintesi di una morte senza la resurrezione; di una morte che ci accompagna da secoli e che continuerà a farlo fin quanto saremo soliti frapporre l’utile allo pseudo sacro, la volontà alla superstizione, l’ azione alla puerile paura del peccato che, in ogni caso, quotidianamente e involontariamente ci accompagna.
Questa è la Pasqua. La pasqua dei radicali.
La possibilità di raccogliere il maggior numero di firme per alleviare la sofferenza di chi è, già da tempo sulla croce e per far si che altri non vi possano salire su, come qualche corvo nero, defensor pacis in casus belli, nei suoi sogni più perversi e persuasivi, vuole ancora;
per vedere, forse del ruolo che occupa, una strana continuità … …

– Sangre de Toro –


Comments are closed.