Un processo per Saddam

Di Marco Paolemili

Il 14 dicembre 2003 Saddam Hussein veniva catturato. Era la fine di un regime durato più di dieci anni e l’inizio di un nuovo corso per l’Iraq, era cominciato il cammino verso la democrazia. Sebbene la missione in Iraq sia ancora in primo piano, anche perché lungi dall’essere conclusa, il destino di Saddam non è ancora chiaro. Le ultime, poche, notizie che giungono oggi sul dittatore ci descrivono un uomo malato, secondo alcuni in pericolo di vita, ancora in attesa dell’inizio del processo. Un motivo c’è per il quale ancora non si è agito nei confronti di Saddam, un nodo cruciale non è ancora stato sciolto: quale tribunale dovrà giudicarlo? Alla caduta del leader iracheno fu istituito un governo provvisorio composto da una rappresentanza irachena e una della coalizione liberatrice dell’Iraq. Paul Bremer, ambasciatore a capo dell’Autorità provvisoria della coalizione e Adnan Pachachi, rappresentante iracheno, dissero allora che Saddam sarebbe stato processato dagli iracheni in un tribunale speciale: tutti giudici iracheni ed esperti internazionali come consulenti. Questa soluzione, tuttavia, non ha trovato molti sostenitori. Per Marco Pannella la cattura di Saddam Hussein è una vittoria dei diritti umani. E’ importante riconoscere al dittatore il carattere di belligerante affinché esso sia giudicato dal diritto internazionale e di guerra, per potergli garantire l’incolumità. Questa, per Pannella, è la strada da seguire per una reale conversione democratica dell’Iraq. Il requisito fondamentale è che Saddam firmi la sconfitta, ponendo così veramente fine al conflitto e mettendo fuori della legalità le forze di resistenza che insanguinano ancora il paese. Pannella è critico nei confronti del tribunale speciale iracheno: è designato dal governo provvisorio che non ha una reale autonomia e perciò nemmeno una vera sovranità. Affidare ai gruppi iracheni attuali il potere è un rischio, c’è da porsi la domanda se essi siano davvero indipendenti dal regime. Il processo dovrà essere più lungo e complesso per garantire all’Iraq la democrazia e dovrà essere affidato all’ONU e alle forze alleate. Per la certezza di un processo regolare, basato sul diritto internazionale, Pannella auspica che il giudizio su Saddam sia affidato alla Corte penale internazionale. Eppure anche questo tribunale potrebbe incontrare delle difficoltà, in quanto sia Iraq che Stati Uniti non sono tra i firmatari del trattato costituente l’organo giuridico e perché, ricorda Maria Carmen Colitti (consigliere giuridico di “Non c’è pace senza giustizia”), questo tribunale potrebbe giudicare l’opera di Saddam solo per gli atti commessi dal 1 luglio 2002 in poi, giorno della sua fondazione. Per ovviare a questo dovrebbe essere il Consiglio di sicurezza dell’ONU, del quale gli Stati Uniti sono membri, a conferire giurisdizione alla Corte penale internazionale per i crimini commessi dal dittatore iracheno. Questa cessione di potere, per Attila Tanzi, docente di diritto internazionale, è alla base di una equa e giusta scelta giuridica. Verso un’altra soluzione si schiera Emma Bonino: “Per Saddam ci vuole un processo che si svolga in Iraq e si celebri in arabo”. Non bisogna farsi prendere dalla fretta, il processo non deve essere una vendetta, un processo in piazza, evitare che si istituisca un tribunale d’inquisizione è fondamentale. Per questo anche Bonino critica il tribunale speciale e propone un tribunale misto, composto anche da giudici internazionali e istituito dal governo provvisorio iracheno e dall’ONU. Lasciare il processo in mano ai soli Iracheni significherebbe giudizio dei vincitori verso i vinti, che sappiamo tutti non essere sempre limpido. Saddam Hussein è un affare che riguarda soprattutto il mondo arabo, per Emma Bonino c’è il rischio di fare del dittatore un pericoloso martire. Sulla proposta del tribunale misto è d’accordo anche Antonio Cassese, presidente del tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia, secondo il quale però investigare e perseguire i crimini del regime è compito degli USA, dal momento che gli iracheni non possederebbero né i mezzi né le capacità per farlo. “Nessuno tocchi Saddam”: è l’appello dei Radicali per la garanzia d’incolumità e dignità nei confronti del dittatore, detentore come tutti noi del diritto ad una giustizia libera, democratica e civile.


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